Ruffino
Ruffino

La storia di Ruffino

Nel 1877 in Toscana la domenica si mangiava chiassosamente tutti insieme – le famiglie erano numerose – su lunghe tavole di legno, imbandite di piatti di ceramica, panieri di vimini e tovaglioli a quadri bianchi e rossi ad avvolgere il pane toscano “sciocco”, e grossi fiaschi impagliati, uno ogni tre commensali. Il bicchiere non era quello giusto: tozzo e opaco, e il Chianti si presentava dal colore non troppo intenso, fresco e vivo, dai profumi appena accennati. Beverino, cordiale, amichevole, accompagnava sia le feste, ma spesso anche certe colazioni spartane, consumate per “tirarsi un po’ su”, i pranzi frettolosi al riparo dal sole, con larghi cappelli di paglia e le pelli screpolate e rosse, bagnate di fatica. La storia italiana in quegli anni si scriveva veloce, e il Chianti la dissetava.

Nel 1877, centoquarant’anni fa, Pontassieve erano solo poche case di pietra e mattone attorno a un ponte e tante colline a corona dove alla vigna succedeva l’olivo e qualche sparuto cipresso anticipava sparse chiesette dai lunghi campanili che suonavano le ore. Firenze era distante un giorno di passo sostenuto.

Nel 1877, a Pontassieve, alle porte di Firenze, in Toscana, era nata Ruffino, sulle vestigia di una antica fattoria chiamata Anghiari, fra la ferrovia Firenze-Roma, la strada “aretina” e non distante dal fiume Sieve che poc’avanti si confonde nell’Arno.

Ruffino, come il cognome di due gentiluomini toscani, i cugini Ilario e Leopoldo, che avevano intuito come quel vino così apprezzato nelle loro terre potesse piacere anche a chi non avesse la fortuna di poterlo degustare tutti i giorni, e vivesse, magari, molto lontano.

Il vino dei cugini Ruffino era piaciuto da subito: ai francesi, che a Bordeaux, nel 1895, avevano conferito al Chianti della casa una prestigiosa medaglia in oro, prestigiosa soprattutto perché guadagnata in trasferta. Ai grandi artisti: il maestro Giuseppe Verdi in una lettera autografata si lamentava che il suo vino prediletto non gli veniva mai consegnato nei tempi richiesti. E alla gente comune, di ogni dove, che assaporava nel Chianti il gusto della loro terra o un ricordo dell’Italia.

Insomma, un successo immediato e vorticoso, costruito sulla bontà dei vini e su una accortezza imprenditoriale ai tempi non comune.

Gli anni scivolano veloce. Il “secolo breve” arriva. Ruffino continua a crescere. Dal primo nucleo di Anghiari, l’ “Esportazione viticola toscana” – il termine con cui Ruffino firma le proprie fatture – è ormai una delle realtà più conosciute in Italia.

Ed eccoci al 1913, anno in cui, come riportano le carte dell’epoca all’inaugurazione del tratto ferroviario Pontassieve – Borgo San Lorenzo, uno dei primi in Italia, si brinda con “trenta bottiglie di vino speciale vecchissimo dell’annata 1878 fornite dalla società Ruffino”. Ma il 1913 è un anno particolare: i primi venti di guerra iniziano a soffiare, una importante crisi sociale attanaglia il paese e i cugini Ilario e Leopoldo, con problemi di salute e mancando di eredi, decidono di passare la loro società alla famiglia Folonari, originaria di Brescia.

Con la famiglia Folonari, Ruffino vive una spinta ancora più forte: già in questi anni sono apprezzabili le prime forme di marketing ante-litteram, volte a identificare Ruffino come sinonimo di vino italiano attraverso il Chianti, anche e soprattutto all’estero. Ruffino era stata fra le primissime aziende – molti sostengono la prima in assoluto – a varcare l’oceano e diventare il Chianti degli Americani.

Nelle cantine di Pontassieve sono ancora oggi visibili alcuni oggetti “marchiati” che raccontano i costumi di un Italia che cresceva, come portabottiglie, calendari e posacenere, oltre a meravigliose campagne pubblicitarie.

Da lì a poco la prima guerra mondiale porta lutti e difficoltà economiche per tutti. Intere generazioni di giovani, come la sfortunatissima leva del 1899, sono spazzate via. Si stringe i denti e si va avanti. Fortunatamente, almeno il mercato del vino continua a tirare, soprattutto grazie ai mercati stranieri anche nei durissimi anni del primo dopoguerra italiano.

Ruffino è il vino italiano all’estero, soprattutto nell’America del Grande Gatsby, degli Anni Ruggenti e del Sogno Americano, fra i toni accesi, libertari e decadenti dell’arte liberty e dell’arte dèco.

C’è un episodio che risale a fine anni Venti, negli Stati Uniti, che dà la cifra di tutto questo: si dice che durante gli anni del “Proibizionismo” i vini Ruffino siano venduti nelle farmacie come “medicinale antistress”!

In Italia siamo in pieno ventennio. Per la prima volta si affronta la questione vino, un prodotto tanto di successo eppure così poco protetto e tutelato, in termini economici e di distretto. Nel 1924 nasce a Radda in Chianti, Siena, il Cons orzio del Gallo Nero, volto a tutelare i vini del Chianti Classico, attraverso l’utilizzo, ancora in auge, del famoso simbolo del gallo nero, mentre è del 1932 il Consorzio Vino Chianti, che sceglierà come simbolo, oggi scomparso, il Putto. Chianti e Chianti Classico sono i vini con cui Ruffino da subito costruisce la propria identità, i vini di casa sua, delle proprie colline: emblema di questa strategia è la nascita del celebre Riserva Ducale nel 1927, il vino più identificativo e conosciuto di Ruffino.

In realtà la storia di Riserva Ducale era cominciata qualche anno prima e merita qualche parola in più e una breve digressione dal nostro racconto. Infatti, quando nella Toscana contadina di fine Ottocento, vino significava semplice alimento, uve bianche e uve nere insieme, pigiatura coi piedi, energia per affrontare la giornata nei campi, fiaschi e damigiane – Ruffino fin dalla sua fondazione produceva anche vino di grande ambizione, per le occasioni speciali, da dimenticare in cantina per evolvere grazie al lento riposo. Di questo “stravecchio” si era innamorato il Duca d’Aosta. Il nobile, grande appassionato di vino, si era recato in visita alle cantine di Pontassieve e, dopo aver degustato il Chianti Stravecchio, nominò Ruffino fornitrice ufficiale della sua corte, come attestato da un certificato ducale del 31 Dicembre 1890, gelosamente conservato nel museo aziendale. Fino al 1927, quando Ruffino, nel cinquantesimo anniversario della sua fondazione, decide di dedicare il suo vino più esclusivo, il suo Stravecchio, a quell’ammiratore illustre venuto da lontano. Era nata così Riserva Ducale, la Riserva per il duca. Nel 147 viene vinificata anche una sua edizione speciale, Riserva Ducale Oro. Riserva Ducale in un attimo è una leggenda. Riserva Ducale nella sua storia ha accompagnato i banchetti della Corte Reale Svedese, della Regina Elisabetta, di Charles de Gaulle e della mensa vaticana. E’ probabilmente il vino rosso italiano più amato in America. E’ comparso spesso al cinema, accanto a Jack Nicholson in Blood&Wine, con Stallone in Rocky VI, nella NYC del Diavolo Veste Prada con Anne Hathaway, fra gli eventi più esclusivi, in “verticali” profonde ed emozionanti.

Si, una bella storia, la storia di Ruffino. Una storia che intreccia, come paglia di un fiasco, persone e luoghi, immagini e suggestioni, vini e paesi, storie private ed eventi universali.

Durante la seconda guerra mondiale Ruffino viene equivocata per la limitrofa stazione ferroviaria e bombardate gravemente. Giorni davvero duri e amari, come ci attesta una lettera ricevuta dal fronte russo. Nei rigori invernali della steppa russa, un soldato in guerra si era preparato una cena speciale, per combattere la solitudine. Un fiasco Ruffino il protagonista. Purtroppo il freddo – ci racconta una commossa lettera del soldato poi tornato vivo a casa – aveva fatto esplodere il fiasco prima dell’agognata apertura.

Dopo la guerra, l’Italia vive un periodo di rinascita, culminato nel cosiddetto boom economico: le grandi industrie promettevano lavoro e soldi. I contadini salutavano il mezzadro, che a sua volta salutava il padrone, e le fattorie toscane che venivano abbandonate alle muffe e alle erbacce. In città si sperava di poter fare “i signori”, di stare “un po’ meno peggio”, approdando fra la fuliggine e le nebbie dei primi grandi distretti industriali, soprattutto nel triangolo fra Genova, Milano e Torino.

Negli anni Cinquanta e Sessanta Ruffino è famosa come le star, e le star la cercano: sono conservate in azienda foto in bianco e nero di Sophia Loren, Vittorio De Sica e Marcello Mastroianni in visita alle cantine (in quei giorni, siamo nel 1953, a Pontassieve si girava un famoso film, la Bella Mugnaia, e una visita a Ruffino, la più importante azienda vinicola italiana, era un omaggio quasi obbligato!), sorridenti con fiaschi in mano fra gli operai e poi dagli attori che erano soliti “diveggiare” in via Veneto a Roma, fra i locali della Dolce Vita, dove Ruffino era già noto e ricercato come espressione del buon gusto italiano. Un famoso carosello degli anni Cinquanta ricordava all’Italia le bellezze della vita di campagna toscana, godute attraverso un “sorso” di Chianti Ruffino.

Buongusto italiano identificato in prodotti ormai classici come Riserva Ducale e Riserva Ducale Oro ma anche nel Chianti imbottigliato nel bellissimo fiasco toscano di paglia da un litro e mezza.

Il fiasco è un segno iconico del gusto tutto italiano, come la caffettiera o la pizza. Ha la forma panciuta, espressione di una soffiatura del vetro. E’ abbracciato dalla paglia. E la sua è una storia infinita che affonda le sue radici molti secoli fa.

Le sue origini risalgono al Trecento nel centro Italia, dove vi era una fiorente attività di vetrai, come comprovato dalle tracce di fornaci (o dai nomi di paesi modellati su quel termine). Numerose testimonianze artistiche dell’epoca mostrano come il fiasco fosse un contenitore di uso comune in Italia: infatti parla già di fiasco il Boccaccio nel “Decamerone”, mentre illustri opere di Sandro Botticelli e Domenico Ghirlandaio ritraggono scene di vita quotidiana che includono fiaschi.

Il grande lascito storico di Ruffino, e forse la sua più grande intuizione dei suoi quasi centoquarant’anni di storia, è aver legato questo contenitore così legato alla storia toscana e così radicato nell’immaginario collettivo con il vino Chianti, il vino delle colline toscane, il vino degli Italiani. Il fiasco di Chianti Ruffino è uno dei segni più forti di italianità.

Nel chiaroscurale periodo del dopoguerra fino agli anni Settanta, l’importanza del fiasco sia nella storia di Ruffino ma anche nel tessuto sociale e culturale in cui si inserisce – Firenze e la sua provincia – è cardinale.

Attorno alla Ruffino si era creata una piccola comunità. A Pontassieve si trovava una famosa vetreria per soffiare il vetro, e molte donne del paese, e dei paesi vicini fino aun raggio di quasi 50 chilometri, intrecciavano la paglia per ricoprire la pancia del fiasco con movimenti svelti e abitudinari, al fine di renderlo stabile, resistente ed evitare la dannosa esposizione diretta alla luce.

Il 4 novembre 1966, un altro evento storico colpisce Firenze, la sua provincia e direttamente Ruffino: dopo giorni di continua e violenta pioggia l’Arno e il suo affluente Sieve esondano in città e nei paesi: l’alluvione di Firenze. Da tutto il mondo è una gara di solidarietà per salvare le opere d’arte, i monumenti, i quadri dalle ire e dai fanghi dei fiumi: sono i cosiddetti “angeli del fango”. Anche Ruffino è pesantemente danneggiata, molte bottiglie fluttuano nei fiume. Una di queste, recuperata, è conservata oggi a ricordo di quei tristi giorni in una teca in azienda.

Nel 1975 Ruffino decide di dare una nuova immagine al suo fiasco, che a partire da quegli anni aveva cominciato a vivere una crisi di identità, adottando una nuova bottiglia per il suo Chianti: nasce la “bottiglia fiorentina”, concepita secondo quelle che erano le forme canoniche dello storico fiasco e che ancora oggi veste la più importante DOCG di Ruffino.

L’idea di Ruffino consisteva già allora nel principio attualissimo di rinnovare la tradizione, di costruire un ponte verso le nuove sfide della viticoltura italiana.

Nel 1984, anno di una delle peggiori vendemmie del secolo e del più freddo inverno che si ricordi, il Chianti ottenne la DOCG e la prima fascetta rosa obbligatoria numero AAA00000001 viene assegnata proprio al Chianti della Ruffino. Una casualità che sembra però rendere un segreto omaggio, una primogenitura nella denominazione, al Chianti della Ruffino o, come spesso si sente ancora dire, al Chianti Ruffino. Ancora oggi Chianti Ruffino viene spesso pronunciato tuttattaccato, come se fosse un’unica parola.

Insomma, in anni non propriamente felici per il vino italiano, Ruffino continua a crescere: da un lato con la felice storia della Riserva Ducale, imbandito in tutti i migliori ristoranti del mondo, dall’altro lato con il suo Chianti, la cui nuova bottiglia e una sempre maggiore attenzione enologica avevano contribuito a darne ulteriore credibilità e a migliorarne la fama, in Italia e all’estero.

Soprattutto, in questi anni Ruffino dà avvio a un mutamento radicale nel suo modo di concepire la produzione vinicola, acquisendo, o portando all’interno della sua orbita, numerose tenute nelle più importanti aree toscane: le prime acquisizioni erano state, a fine anni Quaranta, la villa rinascimentale di Poggio Casciano – la casa del supertuscan Modus, uno dei vini moderni più apprezzati di Ruffino, e del recente Alauda – e il castello di Montemasso, un romitorio del X secolo sito nelle propaggini settentrionali del Chianti Classico. Durante gli anni Ottanta Ruffino, estende le sue proprietà nel Chianti Classico, con Santedame e Gretole, due meravigliose fattorie nel comune di Castellina in Chianti, i cui vigneti contribuiscono alla creazione di Riserva Ducale Oro, a Montalcino con la tenuta Greppone Mazzi, nella zona storica dei greppi, a Montepulciano, terra del Vino Nobile, nelle colline senesi, con la Solatia, non distante dal suggestivo borgo turrito di Monteriggioni cantato da Dante.

Il 2011 è un altro anno miliare nella storia di Ruffino. A ottobre Ruffino entra a far parte di un gruppo americano, Constellation Brands: una nuova grande famiglia abbraccia Ruffino fra le sue stelle più luminose.

Oggi Ruffino sta proseguendo il suo cammino e i suoi ininterrotti successi. Riserva Ducale è fra i vini rossi italiani più amati. Un vino che ha saputo di anno in anno migliorarsi, evolversi, fino alla vendemmia 2010, consacrata col titolo di Chianti Classico Gran Selezione. Il nome Ruffino echeggia un po’ ovunque. Centoquarant’anni dopo si beve Ruffino in oltre ottantacinque paesi al mondo.

Ora nelle campagne sono tornati quasi tutti. Quei giorni del 1877 sono solo un nostalgico ricordo, una cartolina con i bordi screpolati e ingialliti, come le donne e i bambini a pestare l’uva accanto alle grandi botti di castagno e ciliegio.

Ormai a Pontassieve, nella sede storica, non si collezionano più medaglie da appuntare sui drappi di velluto ma “awards” annunciati per posta elettronica, salutati dai partner di tutto il mondo in ottantacinque lingue diverse.

Ormai Pontassieve è un po’ più di qualche casa appisolata e un ponte sul fiume Sieve, e Firenze sembra più vicina. Dei fiaschi ammassati su carri tirati da buoi si conservano solo sbiadite foto in bianco e nero. Una cosa è immutata: Ruffino continua come allora a produrre pregiate bottiglie di vino che vengono condotte lontano, non più per fiume, non solo in treno, ancora in nave e anche in aereo.

La storia è corsa veloce, e un secolo e mezzo è passato.

Le tavole sono ancora imbandite e festose. Sempre chiassosamente piace ritrovarsi la domenica. Molto è cambiato rispetto al 1877 fa ma intatta è la voglia di stare insieme dopo una settimana di lavoro, per condividere del buon pane “sciocco” brindando con del buon vino: Ruffino, possibilmente!

Il fiasco e il libro